“Cosa vuol dire fare la mamma?”


“Cosa vuol dire fare la mamma?” Domanda che non prevede una risposta più o meno corretta piuttosto richiede una riflessione che apre a mille alternative e ogni persona potrebbe raccontare una storia originale, differente e speciale a modo suo.

Come psicologa che opera in ambito perinatale ritengo importante fare questa domanda alle mie utenti, dunque ve la ripropongo per vedere insieme alcuni aspetti.

Quindi: “Cosa vuol dire fare la mamma?”

Viviamo nella società del “faccio tutto da sola” dove Performance è scritto con la P maiuscola e dove viene richiesto da chiunque e da qualsiasi ambito di essere un’eccellenza; che sia a livello prestazionale in termini di raggiungimento di obiettivi o a livello di presenza mentale e/o fisica: chi più ne ha, più ne metta. In questo contesto, spesso visto e notoriamente descritto come frenetico, potrebbe risultare difficoltoso concedersi del tempo per pensare a una famiglia e di fatti non stupisce che i dati statistici Istat del 2018 segnano una diminuzione di natalità del -4,5% rispetto all’anno precedente a livello globale.

Il giudizio e il pregiudizio sono dietro a ogni angolo e capita spesso di vedere nei colloqui mamme stanche e che faticano a vedere il traguardo del “fine giornata”. Frasi come “devo sistemare la cucina” e “devo pulire il pavimento” mi capitano spesso negli incontri e tante volte mi è stato riportato dalle mamme che necessariamente DEVONO fare in un certo modo perché altrimenti, come le è stato detto dalla zia ad

esempio, il o la bambino/a potrebbe crescere in maniera sbagliata.

Dunque, il mondo che circonda le neomamme sembra aver un’opinione ben precisa su come debbano crescere i figli altrui. Questo porta alcune mamme a vivere con difficoltà il momento della gravidanza e del post parto, sentendosi stanche e con sensi di colpa.

Il non sentirsi all’altezza della situazione e il sentirsi inadeguati come mamma e genitore porta con sé molta sofferenza.

Partiamo dal fatto che, con la gravidanza e il parto, siamo di fronte a un grandissimo cambiamento.

Non si tratta soltanto di un cambiamento fisico, ma avviene anche un cambiamento di tipo psichico e uno riguardante il proprio ruolo sociale. In gravidanza, s’inizia a riflettere su come sarà il proprio cucciolo, che colore di capelli avrà, come sarà di carattere e come sarà la sua risata. Alcuni genitori si prefigurano già in questa fase al parco giochi e fanno grandi progetti per il futuro ma a volte manca una riflessione su sé

stessi, su come sarà il “dopo”sia in termini di persona e donna con esigenze e bisogni propri sia come neomamma o neogenitore.

Con il parto si scatena la guerra degli ormoni e in concomitanza il corpo si prepara nei giorni seguenti all’allattamento.

In ospedale, i professionisti responsabili della vostra salute iniziano a proporre più o meno rigidamente l’allattamento al seno e in questa occasione possono iniziare ad insediarsi anche dubbi riguardanti il proprio essere adeguati o meno alla situazione. L’80% delle donne vive un momento di difficoltà chiamato Maternity Blues, nel quali si è stanchi e si fatica a dormire, si verificano sbalzi d’umore e può avvenire un distacco emotivo per il quale la mamma fatica ad entrare in contatto con le proprie emozioni e quindi con il neonato.

Compartecipe di questo avvenimento sono gli ormoni che necessitano una scarica e/o un riassestamento. Il picco di questo vissuto emotivo avviene 3/5 giorni dopo il parto.

Come mai proprio 3/5 giorni dopo il parto? Perché si torna a casa e bisogna affrontare senza aiuto ostetrico/infermieristico/medico le cure riguardanti i propri bisogni primari e quelli del cucciolo, aggiungendo inoltre la necessità di far fronte alla nuova e spontanea situazione che si innesca nella propria casa.

Mamme, è normale sentirsi stanche. È lecito piangere e autorizzatevi a chiedere sostegno o aiuto. Ricoprire i mille ruoli che vi vengono chiesti quotidianamente lo potrete fare più avanti, quando vi sentirete in forza e nuovamente pronte ad affrontare il mondo. Ora prendersi cura del proprio bambino/a e di voi stesse è la vostra priorità. I Pavimenti possono rimanere sporchi per qualche giorno oppure invece di farvi regalare

l’ennesima tutina (tutte strepitose, non vi sono dubbi) l’amica del cuore potrebbe venire a casa vostra e regalarvi una pulizia del pavimento invece di bere il caffè preparato da voi.

La mamma necessita di riposare e riprendere energie e il miglior modo per essere di sostegno a una neomamma non è quello di dire come potrebbe fare meglio o diversamente una determinata cosa, ma è quello di lasciare spazio a mamma e bambino o bambina di conoscersi.

Come psicologa, ritengo importante che vengano valorizzate le figure che circondano la diade madre-bebè.

Il papà, che non ha avuto modo di legare nelle 40 settimane di gestazione sotto un punto di vista biologico con il bebè come lo ha potuto fare la mamma, ora ha la possibilità di riscattarsi se le neomamme glielo permettono. Anche il neopapà necessita di trovare un nuovo equilibrio e elaborare sotto un profilo psicologico la novità e diversità che incombono, ma sotto un profilo fisico è in forma e potrebbe occuparsi di cose come la spesa; se non lo faceva già prima. Magari non compra esattamente la marca di latte che la neonamma era solita ad acquistare, ma provare a lasciare un po andare le redini e dare fiducia, potrebbe permette di vivere in maniera più tranquilla il puerperio e il “dopo”. Magari si scopre che il latte che ha comprato il papà è addirittura più buono rispetto a quello abituale.

Ritornando ai pregiudizi e giudizi legati all essere mamma mi piacerebbe riformulare la domanda per aprire

a spunti di riflessione:


Rispetto al MIO essere mamma:

- Come devo essere?

- Come penso di essere?

- Come desidero essere?


“Essere madre è meraviglioso e vedrai che sarà la cosa più bella di sempre” potrebbero essere frasi che accompagnano le neomamma nel loro percorso e che potrebbero suscitare una vastità di emozioni differenti tra cui la rabbia e/o la frustrazione perché forse non si sta vivendo quello che tutti credono che obbligatoriamente bisogna vivere, senza calcolare le storie, vissuti, gioie e fatiche personali. Limiti, divieti, indicazioni e consigli possono essere fattori importanti nei pensieri quotidiani. Viviamo il contrasto tra aspettativa sociale e aspettativa personale. L’obiettivo dello psicologo perinatale potrebbe essere quello di

aprire un dialogo con le mamme su quelle aspettative in modo tale da esplorare i propri pensieri, vissuti ed emozioni e non quelli dell’altro. Aprire a diverse alternative e non accettare o prendere per vero ogni parola che viene detta per cercare di dare un taglio positivo a questo periodo cosi pieno di vissuto.

La mamma perfetta non esiste, ma è possibile accettare e amare le imperfezioni perfette.



Articolo di Mariella Schwederki, Psicologa clinica e psicoterapeuta

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